boscodellesorti

Correva l’anno 1275 e Guglielmo il Grande, Marchese del Monferrato, per via di un certo debito di guerra regalò un grande bosco alla comunità di Tridinum, Trino Vercellese. Il regalo era cumulativo, e quindi la proprietà era indivisa e indivisibile. E quindi è stata protetta e gestita in modo da restare intatta.

E questo è uno dei pochissimi ultimi brandelli della sterminata foresta planiziale che ricopriva la Pianura Padana: il Bosco della Partecipanza, o delle Sorti.

Una visita al Bosco significa un salto indietro nel tempo. E nella storia. E nella natura.

Ed è una visita facile: i percorsi e i sentieri principali si snodano in piano o tra leggeri declivi. E ti portano ora a un fontanile, ora in una fantastica zona da funghi. O a un percoso di jogging come ce ne sono pochi.

Ma perché ‘Partecipanza’? E perché, anche, “Bosco delle sorti”? Perché – appunto – i capifamiglia trinesi vi partecipano insieme, e perché la gestione è affidata a un antico e immutato metodo di coltura del bosco: ogni anno una zona di Bosco viene messa in turno di taglio e suddivisa in un determinato numero di aree minori dette “sorti” o “punti”. Ciascun “punto” è poi diviso in quattro parti, da qui il nome di “quartaroli”. Ad ogni punto è assegnato un numero ed i Partecipanti sono chiamati annualmente, nel mese di novembre, ad estrarre a sorte uno dei “punti”. La sorte deciderà in quale zona ciascun socio avrà diritto di abbattere uno o due “quartaroli” di ceduo. Per questo il Bosco è detto “delle Sorti”. Per incrementare la fustaia il socio deve salvaguardare nel corso delle operazioni di esbosco un numero di “quinte” (allievi) che oscilla tra le 12 e le 8 per “punto.

Insomma, una cosa intelligente, da secoli, che ci ha salvato un pochino della Grande Foresta.